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Alberto nacque verso la metà del secolo XIII. Fin
da piccolo frequenta i frati Carmelitani di Borgo Annunziata a Trapani.
Preso d’amore per il Signore e per la Vergine Santissima volle indossare
l’abito di quei religiosi a Lei consacrati.
Si formò e visse presso i Carmelitani di Trapani e, divenendo sacerdote,
si distinse per la pietà, la predicazione e la fama dei miracoli che il
Signore operava per sua intercessione.
Fu costretto ad accettare l’ufficio di Priore Provinciale dei
Carmelitani di Sicilia (1296 - …) visitò numerose città in cui i
religiosi erano presenti.
Uomo di preghiera e di pace intercedette presso Dio per liberare la
città di Messina dalla fame e dalla guerra e ivi nel 1307 morì.
I messinesi lo venerarono subito come un santo. Si narra che due angeli,
discesi dal cielo, spinsero i fedeli, riuniti nella cattedrale per la
liturgia funebre, a cantare non una Messa di “Requiem”, ma di “Gloria”.
Alberto è Patrono di Trapani, Erice, Messina e altre città.
1. Lettura spirituale del santo attraverso i testi eucologici della
Liturgia
O Dio, che in sant’Alberto, fedele servitore della Beata Vergine del
Carmelo, hai dato alla tua Chiesa un modello di purezza e di preghiera,
fa’ che imitiamo la sua vita evangelica per condividerne la gloria del
cielo….
a.1. Modello di purezza e di preghiera: Chi è o che cosa è
un modello?
Se prendiamo un qualunque vocabolario, alla voce modello
leggiamo: esemplare perfetto da imitare o degno di essere imitato.
Prototipo.Possiamo agevolmente proporre, allora, che Alberto degli
Abbati, in virtù delle sue peculiari qualità di uomo di Dio è per noi un
modello degno di essere imitato! Perché? Non stiamo parlando di una
“moda”, né di un “mito”, ma di un modello, di una persona capace di
suscitare adesioni interiori tanto profonde da condurre ad un impegno
stabile, definitivo. In questa prospettiva, Sant’Alberto potrebbe essere
annoverato tra quelle “sorgenti limpide e feconde cui abbeverarci in
ogni tempo».
Oggi più che mai resta valido quanto Paolo VI disse: «La testimonianza
di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una
comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo
con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione. “L’uomo
contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, -
dicevamo lo scorso anno ad un gruppo di laici - o se ascolta i maestri
lo fa perché sono dei testimoni”».
Questo è un dato di fatto che nel tempo si è consolidata come lex
vivendi.
Ora, questa regola di vita è espressa nella tradizione liturgica (lex
orandi) e nell’esercizio della fede (lex credendi).
lex orandi. La celebrazione
liturgica nella memoria di un santo, è lode innalzata a Dio per
l’esempio testimoniato dalla sua stessa vita: «Nella loro vita ci offri
un esempio, nell’intercessione un aiuto, nella comunione di grazia un
vincolo di amore fraterno».
Anche il Prefazio della solennità di “Tutti i santi” si esprime
in modo analogo: «Oggi ci dai la gioia di contemplare la città dei
cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre, dove l’assemblea festosa
dei nostri fratelli glorifica in eterno il tuo nome. Verso la patria
comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro
cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della
Chiesa, che ci hai dato come amici e modelli di vita». Sant’Alberto,
è dono di Dio per essere nostro amico e modello di vita.
lex credenti. Con la
professione di fede nel Credo apostolico, esprimiamo l’unione che lega
la Chiesa pellegrina con la Chiesa celeste: la comunione dei santi.
Cosa significa?
Il cammino di unione con quanti ci hanno preceduto nell’incontro con
Cristo non è minimamente finito, anzi, secondo la perenne fede della
Chiesa, è consolidato dalla comunicazione dei beni spirituali.
Quest’unione viene attuata in maniera nobilissima, in particolare nella
liturgia, nella quale, in virtù dell’azione santificante dello Spirito
Santo, in fraterna esultanza, innalziamo lodi glorificando Dio uno e
trino.
Infatti, celebrando l’Eucaristia, tale unione ha la sua piena
realizzazione come bene esprime la parte conclusiva di molti prefazi:
«Noi ci uniamo con gioia a questo immenso coro, uniti in eterna
esultanza… Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscono le nostre
umili voci nell’inno di lode».
lex vivendi. Ritorniamo al
punto di partenza. Il vero culto di sant’Alberto non consiste tanto
nell’esteriorità, ma piuttosto nell’intensità dell’imitazione di colui
che ha saputo tradurre nella sua vita gli insegnamenti del Maestro.
Sant’Agostino insegna: “Se si sono fatti santi loro, che sono di carne e
ossa come me, perché non posso e non devo farmi santo anch’io?”
Il mondo di oggi ha sempre più bisogno di santi, modelli di vita da
imitare, da indossare per essere «Irreprensibili e semplici, figli di
Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella
quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di
vita».
a.2. Modello di purezza e di preghiera: Purità e preghiera
nel Carmelo
La purità di cuore
Dire purità di cuore e dire Carmelo è come esprimere lo stesso
concetto. Infatti, come suo carattere precipuo, il Carmelo come
Fraternità orante, come luogo di vita contemplativa di relazione con
Dio, vuol esprimere la propria vocazione nella purità di cuore.
In questa sezione tracciamo i punti salienti per una comprensione della
puritas cordis nella tradizione carmelitana. Per meglio capire il
periodo di Sant’Alberto cercheremo di individuarlo su tre punti: Regola;
Nicolò Gallico; Filippo Riboti.
1. LA REGOLA DEL CARMELO (1206-1214)
All’inizio della Regola (n° 2), troviamo subito l’espressione che indica
la vita del carmelitano nella purità di cuore.
Alberto, Patriarca di Gerusalemme, estensore della Regola del Carmelo,
probabilmente ha come sostrato spirituale l’esperienza di Dio
testimoniata dai Padri del deserto che hanno proposto di vivere
nell’ossequio di Gesù Cristo mediante l’uso delle armi spirituali.
Credo che due siamo i cardini della vita carmelitana: obbedienza e
sequela. Nel messaggio della Regola, che è cristocentrico, la Bibbia
viene ad essere l’unica autorità.
L’esperienza dei Santi Padri insegna a vivere una vita di ascesi, vale
a dire una vita imperniata sul proprio sforzo personale che, ogni
cristiano, pur se sorretto dalla Grazia di Dio, deve compiere per
raggiungere la perfezione soprannaturale. È lo stato di unione cui fa
riferimento san Giovanni della Croce: «Lo stato di unione divina
consiste essenzialmente nel tenere l’anima secondo la volontà del tutto
trasformata in quella di Dio, in modo che non vi sia in lei alcuna cosa
contraria alla volontà divina, e le sue azioni siano in tutto e per
tutto solamente volontà di Dio».
Nel primo libro della Salita, il Santo afferma che per arrivare
all’unione intima con Dio, l’anima deve essere spoglia di ogni
attaccamento alle creature. Questa progressiva spoliazione è sinonimo
del conseguimento di un cuore puro. Soltanto chi abbia un cuore puro e
ponga Dio al di sopra di tutto, è in grado di amare il prossimo.
La Regola ci invita ad agire “con cuore puro e retta coscienza” in modo
tale da fortificare l’uomo interiore perché «Quando un uomo forte, bene
armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al
sicuro».
Rileviamo i punti salienti per vivere questo cammino di ascesi nella
purità di cuore.
Il precetto della carità, strettamente connesso alla castità
prende forma nel comandamento di Cristo di amarci gli uni gli altri,
come Egli ci ha amato. La verginità, scelta dai religiosi, è vista come
atto che consacra a Dio e non limita l’amore verso gli uomini.
Infatti, è vergine o puro di cuore, colui/colei che si trova nelle
migliori condizioni per amare Dio e l’umanità.
Senza fede è impossibile piacere a Dio. Tutta la vita dei
religiosi è imperniata sulla fede, senza la quale sarebbe destituita di
ogni valore. Per chi osserva la Regola, la fede non è semplicemente
missione profetica annunciatrice di verità escatologiche, mèta e caparra
della sua speranza, ma senso primo alla stessa vita.
La virtù teologale della speranza è infusa da Dio mediante il
battesimo. Per essa noi aspettiamo la beatitudine eterna nell’unione con
Lui, confidenti nella Sua onnipotenza, bontà e fedeltà alle promesse.
L’oggetto proprio e sublime della speranza cristiana è Dio. Come la fede
è indispensabile per conseguire l’eterna beatitudine, così lo è anche la
speranza: in essa siamo stati salvati.
Condizione prima per ottenere la salvezza è la conversione a Cristo
nella fede, nella speranza e nella conversione.
È,
tuttavia, necessaria la preghiera, così come l’adempimento dei
precetti, se si vuole partecipare soggettivamente alla salvezza che
Cristo ha operato immolandosi sulla croce.
Per vivere la puritas cordis è di grande importanza la raccomandazione
dell’ascolto fattivo della Parola in grado di creare una parentela con
Dio.
Gesù, Verbo del Padre che nel silenzio meditativo della Parola ci
riveste, desidera correggere il concetto di parentela. La vera parentela
con Lui, infatti, non si fonda su dimensioni transitorie, instabili, ma
sulle durevoli qualità della Parola.
Non siamo in presenza di un rapporto giuridico, ma di un flusso di
comunione, di unità e di solidarietà nell’unico vero intento: realizzare
la Parola del Padre.
Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e
la mettono in pratica».
Il testo greco del Vangelo traduce l’espressione “mettere in pratica”
con un attivo “fare”; quasi a ispirare non un ordine da osservare
quanto piuttosto un piano da realizzare.
Chi ascolta costruisce! Costruire in ordine ad una parentela vuol dire
che Dio si dona a me e, donandosi, mi rende perfetto. Questo perché,
ascoltare e vivere la Parola non è altro che vivere in armonia con la
rivelazione espressa dalla Parola: entrare in comunione con Lui; è
accogliere la comunicazione del Figlio: «In principio era la Parola… e
la Parola si fece carne ed abitò tra noi».
Accogliendo la Parola per farla, significa, in ultima analisi,
offrirle una dimora, una tenda dove possa abitare, crescere e portare
frutto, ma nello stesso tempo ci si lascia accogliere, coltivare e
generare da Essa fino a diventare seme buono.
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2. NICCOLO’ GALLICO (+ 1272): La Freccia di Fuoco
Niccolò Gallico fu Priore Generale dal 1265 al 1270. Scrisse la
Freccia di fuoco (Ignea Sagitta) per un ritorno alla vita
carmelitana pura.
Gallico fa iniziare la sua argomentazione dal passo in cui il salmista
si chiede: «“Chi salirà sul monte del Signore, o chi starà sul suo luogo
santo?” per poi rispondere alla sua domanda: “Colui che ha mani
innocenti e cuore puro”. Se, dunque, volete salire sul monte del Signore
o stare sul suo luogo santo, perché cercate l’innocenza in azioni nocive
e la purezza del cuore in luoghi impuri? Dato che cercate Dio nella
città impura, mi meraviglio che crediate di trovare una cosa in un’altra
ad essa contraria. Vi dico che bisogna che i monti salgano di monte in
monte: cioè che tutti coloro che giustamente, a causa dell’eccellenza
della loro vita, sono ritenuti monti, giungano con certezza dal monte
della circoncisione dei vizi al monte che è Cristo, salendo gradatamente
di virtù in virtù».
Niccolò concepisce la purità di cuore come vita spirituale in un
continuo ascendere dell’anima verso l’incontro intimo con Dio. Ma per
vivere questa purità bisogna aver fatto una scelta radicale perché è il
cammino ascendente implica un combattimento contro i tre nemici:
«Benché infatti i tre nemici assaltino ferocemente noi e la nostra
castità, secondo quanto si canta nella Prosa: “Il mondo la carne i
demoni ci combattono in modi diversi”, credo che non ci sia nessun
dubbio per una persona ragionevole che in questo combattimento la carne
con le sue brame sia la più violenta nel tentare di soggiogare lo
spirito».
Il Gallico, riprendendo la Regola dell’Ordine, invita a far ricorso
all’arma della Parola di Dio. Essa, infatti, «Penetra a fondo, fino al
punto dove si incontrano l’anima e lo spirito, fin là dove si toccano le
giunture e le midolla. Conosce e giudica anche i sentimenti e i pensieri
del cuore»;
quindi sarà la Parola del Signore a unire il cuore dell’uomo con il
cuore di Dio, invitando a legare «Strettamente il proprio uomo interiore
alla roccia che è Cristo con la solida triplice fune della fede, della
speranza e della carità, perché non sia strappato via dall’uomo
esteriore».
Per il Gallico l’esperienza dei Carmelitani si rifà al passo profetico:
«La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore».
È un cammino di purificazione del cuore che Il Carmelitano. vivendo nel
silenzio e nella solitudine della cella attua un cammino di
purificazione. Troviamo un stretto rapporto tra “cella” e i “loca in
eremis” nella Regola del Carmelo. Nel Vangelo, il desertum locum è un
luogo solitario, adatto alla preghiera e all’incontro con Dio. E qui che
Gesù si ritira a pregare dopo una intensa giornata di attività
apostolica. Lo stesso Gesù invita i Dodici in desertum locum per
riposarsi un po’.È
l’esercizio della lectio divina che il Gallico invita a fare, perché da
questa familiarità con la Parola di Dio avviene l’ascesi purificatrice
del cuore. Questo avviene meglio nel silenzio della cella dove il
Signore costruirà l’uomo interiore con “pensieri santi”.
Da questo continuo ascolto della Parola nasce la puritas cordis.
«Nella cella lo Spirito Santo ci insegna con soavità che cosa bisogna
fare o evitare, affinché non veniamo sedotti e ingannati, secondo il
detto dei Proverbi: “Con la scienza si riempiono le celle” (Pr 24,4).
Ecco, nella cella ci viene mostrata la soave contemplazione, tesoro
inestimabile e incomparabile, perché disprezzando totalmente le cose
terrene e caduche, il nostro animo con libertà e fervore si dedichi
totalmente alla sua ricerca. Si legge in Isaia: “Ezechia mostrò loro la
stanza degli aromi, dell’oro e dell’argento, dei profumi e degli
unguenti migliori” (Is 39,2); tutte queste cose e molte altre ancora ci
vengono mostrate in modo spirituale nella solitudine della cella dal
nostro vero Ezechia. Ecco veniamo introdotti nella cella del vino dal Re
dei re e raggiungiamo la vera carità».
Tutto questo perché la puritas cordis disponga il nostro cuore “nel
glorioso letto della soave contemplazione”.
3. FILIPPO RIBOTI (+ 1391): Istituzione dei primi monaci
Alla luce della puritas cordis, verso il XIV secolo Filippo Riboti
rianalizza la vita di Elia evincendone il faticoso esercizio e la
pratica delle virtù per «offrire a Dio un cuore santo e puro da ogni
macchia attuale di peccato».
Il Riboti afferma che per vivere la purità di cuore la nostra vita deve
essere nascosta nell’Amore, perché è attraverso l’Amore il nostro cuore
verrà purificato e trasformato.
La purità di cuore, quindi, ha un suo legame con l’Amore che copre ogni
colpa. È l’esperienza amorosa del Dio vivente che ci fa gustare ogni
pienezza di vita, e per fare questo, anche a noi è rivolta una parola:
«Vattene di qui, dirigiti verso oriente; nasconditi presso il torrente
Cherit, che è a oriente del Giordano. Ivi berrai al torrente e i corvi
per mio comando ti porteranno il tuo cibo».
Il contemplativo è colui che deve liberarsi da ogni attaccamento; deve
fuggire il peccato, deve “orientare” i propri passi verso Dio-Amore.
«Quindi, figlio mio, se vuoi essere perfetto e raggiungere il fine della
vita monastica eremitica, se vuoi nasconderti nel modo dovuto “a oriente
del Giordano”, cioè contro la discesa dei peccati, “presso il torrente
Cherit”, cioè nella carità, e qui bere “al torrente”, “Amerai il Signore
Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua
mente” (Mt 22,37)»;
dove tutto sboccerà nell’amore per il prossimo.
Nella sua opera Riboti afferma con insistenza che soltanto in un cuore
puro può sbocciare la carità. Chi ha un cuore puro eleva la sua anima
all’intima unione con Dio in un cammino di trasformazione nel quale il
cuore di pietra verrà soppiantato da un cuore di carne.
La Preghiera
Siamo ben consci di come mondo viva disorientato, manchi di valori, viva
il non-senso, la sindrome del falso problema…
A queste situazioni e ad altre simili il Carmelo vuole rispondere
lasciando che Dio sia Dio. È quel che fece Elia con i profeti di Baal:
distruggere l’idolatria dell’uomo che è un’entità perfettista e
distante, fredda e indifferente al suo stesso creato.
Il Carmelo ha fatto la sua scelta nel vivere Cristo: mettere al centro
della sua esistenza la persona di Cristo e, continuamente, cercare di
somigliargli, per intraprendere un cammino di fede: custodire e far
crescere la comunione nella volontà di camminare alla sequela di Cristo.
In questo cammino di fede occorre dirsi e ridirsi il comune progetto che
è stato comunicato dallo Spirito Santo a tutti e ad ognuno, per poter
approfondire il motivo della fraternità. Non c’è vera fraternità se non
si accetta di entrare nella vita del nostro fratello e se non si
consente a lui di entrare nella nostra.
«Di questa vita viene riconosciuto un duplice fine. Uno è quello che
conseguiamo con l’aiuto della grazia divina attraverso l’esercizio
faticoso e la pratica delle virtù; questo fine, che consiste
nell’offrire a Dio un cuore santo e puro da ogni macchia attuale di
peccato, lo conseguiamo quando siamo perfetti e nascosti “in Cherit”,
cioè in quell’ “amore” che, secondo il Sapiente, “ricopre ogni colpa” (Prv
10,12). E volendo Dio che Elia conseguisse questo fine, gli disse:
“Nasconditi presso il torrente Cherit”.
L’altro fine di questa vita che vi viene assegnato per esclusivo dono
di Dio, consiste nel gustare in qualche modo nel proprio cuore e nello
sperimentare nella propria mente, non solo dopo la morte, ma anche in
questa vita mortale, la potenza della presenza divina e la dolcezza
della gloria celeste. proprio questo significa dissetarsi al torrente
dell’amore di Dio. E questo fine Diopromise ad Elia,
dicendogli: “Ivi berrai al torrente” [1Re 17,4; cf Sal 109,7].
Nella storia, il Carmelo ha risposto a questa necessità con l’occuparsi
di Dio. Tale atteggiamento è ben delineato nella Regola: «Rimanga
ognuno nella propria cella, meditando giorno e notte la legge del
Signore e vigilando in preghiera».
«Innanzi tutto, quindi, dobbiamo “meditare la legge del Signore”,
cioè aver piena conoscenza delle divine perfezioni, per mezzo della
lettura e della meditazione o contemplazione o altri pii esercizi del
genere, non solo per meglio comprenderle nella nostra mente, ma per
imprimerle nell’anima e nel cuore, gustarle e conformare ad esse la
nostra vita medesima… È necessario, poi, “vegliare nelle orazioni”, cioè
cantare le divine lodi, mediante la recita dell’Ufficio divino e
conversare con Dio…».
Questo lo possiamo fare nel cammino ordinato della Lectio divina, un
cammino antico, ma sempre nuovo. È un impegno urgente per poter essere
fedeli a quello che Dio ci domanda oggi; è come ricercare le vene entro
le quali deve scorrere il sangue che ci mantiene in vita.
a.3. Vita evangelica
Vivere la propria vita secondo il Vangelo non è stato facile per
nessuno, nemmeno per Alberto e gli altri che, come lui, hanno scelto di
seguire il Cristo.
Alberto è nato in Sicilia, una terra colma di agrumi, che, fiorendo,
riempiono l’aria con il loro odore.
Il profumo di un fiore è dono e originalità che Dio ha posto nel cuore
di questa terra antica che è la Sicilia, spesso incompresa.
Alberto dietro questo profumo raccoglie quella stessa brezza mattutina
che colse Elia per mettersi in cammino. È uno stile originale, dal
momento che originale è la sua missione.
Alberto è originale come il profumo di zagara perché si sente
anche se non si scorge. È dentro le pieghe del camminare e dello stare
in mezzo alla gente che Alberto manifesta questo profumo.
Egli ha sentito nel Carisma del Carmelo questo profumo unico e tipico
che Dio gli ha donato.
Siamo capaci anche noi di inspirare, assimilare il carisma del
Carmelo per essere unici e originali?
È un cammino di assimilazione lungo, lento, quotidiano che passa sia
attraverso lo studio, sia nella diuturna meditazione. È in questo
processo che si plasma il tutto divenendo messaggio e fecondità
evangelica.
Alberto ha assimilato, interiorizzato il profumo del carisma
carmelitano, il respiro della sua terra, della sua gente, l’ansia di
ogni uomo e donna.
Nella preghiera chiediamo di vivere una vita evangelica: come Alberto,
come Elia, siamo chiamati a metterci in cammino nel quotidiano per
scoprire la volontà di Dio, amante della vita, che ci attrae a sé con
lacci d’amore.
a.4. Condividerne la gloria in cielo
Leggiamo nel vangelo: «Il chicco di grano caduto in terra non muore,
rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».
Questa frase del Maestro è un cardine nella vita di Alberto di Trapani,
che ha accettato di “perdersi” nel campo della Chiesa, come il chicco di
grano, perché tutto fiorisse e portasse frutto.
È la diaconia della fede che ci chiama ad essere testimoni radicali di
Cristo ed “epifania dell’amore del Padre in ogni epoca e cultura”
sull’esempio di chi ci ha preceduto nell’incontro con Cristo.
In questo cammino non bisogna mai dimenticare che la vita consacrata
rivela l’intima natura proiettata alla santità: «La professione dei
consigli evangelici è intimamente connessa col mistero di Cristo, avendo
il compito di rendere in qualche modo presente la forma di vita che Egli
prescelse, additandola come valore assoluto ed escatologico».
Di questo valore san Bernardo insegna: «Che la memoria dei santi o
suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro
tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari
degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi,
alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti
numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle
vergini, di essere insomma riuniti felici nella comunione di tutti i
santi… Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo
ogni diritto»;
i nostri santi ci aspettano.
Nel frattempo guardiamo al futuro dove non c’è semplicemente una storia
da ricordare e da raccontare, ma anche da costruire. «Fate della vostra
vita un’attesa fervida di Cristo, andando incontro a Lui come le vergini
sagge che vanno incontro allo Sposo. Siate sempre pronti, fedeli a
Cristo, alla Chiesa, al vostro istituto e all’uomo del nostro tempo»
come lo fu sant’Alberto.
Ti sia gradita, o Signore, l’offerta di questi doni e concedi nella
tua misericordia che, seguendo l’esempio di sant’Alberto, ci dedichiamo
alla contemplazione delle realtà divine e soccorriamo i fratelli nelle
loro necessità….
b.1. La contemplazione delle realtà divine
Nell’Iconologia della Gloriosa Vergine Madre di Dio (Edito da
Giacomo Mattei, Messina 1644, pp. 640), il gesuita messinese Placido
Samperi descrive il luogo dove vivevano gli eremiti del Carmelo: «Luogo
ameno, adatto per il ritiro religioso, verdi prati e silenzio tanto da
immaginarsi di abitare ancora nel Santo Monte Carmelo».
A Trapani, un documento notarile datato il 24 agosto 1250 (che cita la
donazione a favore dei Carmelitani ricevettero per vivere meglio il loro
stile di vita eremitico-cenobitico) indica un luogo adatto al silenzio,
allo stesso ideale delle origini.
Quest’ambiente in cui Alberto visse, sono state di aiuto per vivere
meglio la dimensione contemplativa delle realtà divine. «Infatti, chi
desidera coltivare degnamente la vita solitaria deve abitare in una
dimora nascosta, escludendo da sé tutto il mondo per rinchiudersi
completamente in Dio».
Questa dimora nascosta è la cella: un luogo appartato, un luogo che
racchiude il mistero. Un luogo che si trasforma in “azione orante”.È
una esperienza trasformante quella di Alberto, che come i primi
Carmelitani, voleva dedicarsi esclusivamente alla contemplazione del
mistero di Dio in un contesto socio-culturale (il Borgo Annunziata a
Trapani) che a quei tempi era in aperta campagna. Si rivive l’esperienza
di coloro, che “dimorarono presso la fonte”,
cioè l’esperienza del fermarsi-restare permanentemente in un
determinato luogo, e in quel luogo avviene un incontro. Infatti, «la
dinamica fondamentale della Regola è il movimento dialogico-mistico del
radunarsi nell’Amore, il convenire nell’Uno, nel Mezzo. La fraternità
carmelitana non è costituita da un circolo di fratelli che condividono
assieme, ma dal semplice fatto che ciascun fratello cammina verso il
centro vuoto in mezzo alle celle».
Questa dinamica fondamentale indica la crescita dell’uomo nella sua
totalità. Alberto meditando «meditando giorno e notte la Legge del
Signore e vigilando in preghiera»
si eleva, nella sua cella, ad amare la nascosta contemplazione della
divinità.
In questa crescita Alberto continua a ripetere «Rabbì, dove abiti?»,
cioè, fa una continua richiesta di un “dimorare alla formazione del
Maestro”, un continuo Giubileo della vita consacrata, quotidiana.
b.2. Il soccorrere i fratelli in necessità
Per via dei prodigi che compiva, frate Alberto era diventato per la
gente l’amico di Dio che completava nella sua carne il grido dei
fratelli in necessità. Alberto si era fatto “buon samaritano” per dare
risposta alla domanda “chi è il mio prossimo?”,
mettendosi in cammino per le vie della Sicilia, tra pianure e monti dove
ogni giorno si è fatto prossimo a quanti incontrava per via.
Si narra che Alberto, in tempi di carestia, si rivolgesse al buon Dio a
favore della città di Messina e che miracolosamente nel porto
approdassero vascelli carichi di frumento. «Tuttavia, il buon Samaritano
della parabola di Cristo non si ferma alla sola commozione e
compassione. Queste diventano per lui uno stimolo alle azioni che mirano
a portare aiuto all'uomo ferito. Buon Samaritano è, dunque, in
definitiva colui che porta aiuto nella sofferenza, di qualunque natura
essa sia. Aiuto, in quanto possibile, efficace. In esso egli mette il
suo cuore, ma non risparmia neanche i mezzi materiali. Si può dire che
dà se stesso, il suo proprio “io”, aprendo quest'io all'altro. Tocchiamo
qui uno dei punti-chiave di tutta l'antropologia cristiana. L'uomo non
può “ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé”.
Buon Samaritano è l'uomo capace appunto di tale dono di sé».
Oggi noi ricordiamo ancora le gesta di quest’uomo invocato come amico di
Dio.
Per antichissima tradizione durante la Liturgia viene benedetta l’acqua
in ricordo del prodigio fatto in favore del figlio del re Pietro III
d’Aragona, che stava morendo e che miracolosamente guarì dopo aver
bevuto dell’acqua nella quale c’erano degli sfilacci dell’abito del
santo.
Ricordare le gesta di Alberto significa assumere i lineamenti di Cristo,
calpestare le sue orme, farsi buon Samaritano. Significa entrare nel
cuore di Dio per fare il passaggio dalla contemplazione all’azione: «Il
Cristo incontrato nella contemplazione è lo stesso che vive e soffre nei
poveri».
Essere contemplativi non significa stare a mani giunte, camminare per se
stessi, ma vedere quanto ci circonda con gli occhi, con il cuore di Dio
e agire di conseguenza.
Questo è celebrare, ricordare le gesta di un santo come Alberto.
O Dio che ci hai raccolti alla tua mensa, fa’ che, per
l’intercessione di Sant’Alberto, aderiamo pienamente a Cristo nel
filiale ossequio a Maria sua Madre….
c.1. aderiamo pienamente a Cristo nel filiale ossequio a Maria
La Regola del Carmelo al n° 2 dice: «Molte volte e in diversi modi i
santi Padri hanno stabilito come ognuno, a qualunque stato di vita egli
appartenga o quale che sia la forma di vita religiosa scelta, deve
vivere nell’ossequio di Gesù Cristo».
1.
GESU’ CRISTO come
-
obbediente al Padre nel dono della vita: Regola, 2; Fil 2,5-8; Eb 5,7-9
-
Uomo nuovo: Regola, 18-19; Ef 6,11-17; 4,22-24; Col 3,10; Is 59, 16-20
-
Servo: regola, 22-23; Mt 20,26-27; Lc 22,27; Mc 10,45; Gv 13,12-17; Fil
2,7
-
Buon Samaritano che “da di più”: Regola, 24; Lc 10,45
Pronunciando il termine Regola, è come se pronunciassimo il nome di Gesù
Cristo, che si presenta come il primo e unico modello di chi sceglie di
vivere un certo stile di vita.
Gesù Cristo, Alfa e Omega, il principio e la fine, ci viene presentato
come figura itinerante da seguire, per “avere gli stessi suoi
sentimenti”, imparando l’obbedienza dalla vita ordinaria fino a donarla.
2.
MARIA:
-
Regola, 14; At 1,14
-
Regola, 2; Lc 1,38 (cuore puro)
-
Regola, 10; Lc 2,19.51
-
Regola, 18-19; Lc 1,42-44; Gv 2,5; Lc 8,21
I nn. 14; 10; 18-19 e il n. 2 della Regola, vogliono darci una sfumatura
particolare come modello particolare di vita: Maria.
Questa caratteristica mariana fa riferimento al “propositum” dei primi
eremiti del Carmelo: l’ossequio o dedicazione totale a Cristo, come
Padrone e Signore del luogo, nel nostro caso la Terra Santa. Di
conseguenza, esso porta con sé, secondo la mentalità medievale, la
relazione con Maria, Madre di Gesù.
I Carmelitani hanno coltivato fin dall’inizio la devozione a Maria come
vergine dell’Annunciazione. Questa devozione si è sviluppata in quella
dell’Immacolata, in continuità con il richiamo della Regola alla
preghiera continua. «L’argomento della Vergine Purissima venne collegato
con la caratteristica carmelitana della vita interiore. Era del resto
dottrina comunissima che la verginità immacolata, ossia la purità,
unisce in modo particolare l’uomo a Dio… I carmelitani del medioevo
venerarono la Vergine Immacolata pensando che per questo suo privilegio
ella era stata disposta all’unione con Dio» (L. Saggi).
La figura di Maria diviene ispirante dal punto di vista contemplativo,
consolo ma anche sul piano degli atteggiamenti vitali concreti: ascolto
della Parola, disponibilità nel servizio, impegno concreto nel
quotidiano, continua conversione del cuore, appartenenza ai poveri del
Signore.
Pertanto, si ha una riscoperta di valori profondi della nostra
tradizione come Maria la Virgo Purissima, Maria Patrona e Madre, Maria
Sorella.
In questo orizzonte di fondo collochiamo la persona di sant’Alberto, la
sua vita in obsequio Jesu Christi et Mariae. Certamente il santo portava
strettamente a sé lo scapolare che gli ricordava la cura materna di
Maria, sempre presente in ogni necessità,
come richiamo alle sue vesti battesimali, al tipo di vita scelto che lo
qualifica davanti agli altri come discepolo di Cristo. Alberto capì che
la vita scelta era un cammino di conformazione al Cristo e lo fa in
compagnia di Maria che, giorno dopo giorno, lo ha rivestito delle stessi
vesti di Cristo.
Di questo ci da testimonianza l’iconologia del santo. Nella chiesa di
Santa Maria del Carmine di Brescia, nella quinta cappella della navata
di destra vi è un olio su tela di Giuseppe Tortelli, raffigurante
l’Apparizione della Madonna a Sant’Alberto.
La tela è molto significativa: la Madonna toglie le vesti del piccolo
Gesù e le dona al santo che, in un tenero abbraccio, in un continuo sì,
le riveste… Rivestirsi del Cristo: ecco la vera vocazione di ogni
carmelitano, di ogni uomo, di ogni vero devoto di Alberto.
BIBLIOGRAFIA MINIMA
Monaco, G. Vita di S.
Alberto, Napoli 1979.
Della vita di Sant’Alberto non abbiamo una bibliografia, ma per leggerne
la sua vita in chiave spirituale, citiamo alcuni testi:
Brenninger, G., Dottrina
spirituale del Carmelo, Roma 1952.
Cicconetti, C., La
Regola del Carmelo, origine – natura – significato, Roma 1973.
Cioli, T. G., Vivere
nell’ossequio di Cristo. Commento alla Regola Carmelitana, Roma
1956.
Rizzi, A., Dio in cerca
dell’uomo. Rifare la spiritualità, Cinisello Balsamo 1987.
Secondin, B., Sequela e
profezia. Eredità e avvenire della vita consacrata, Roma 1983.
Fr.
Vincenzo Boschetto, O.Carm.
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